giovedì 30 gennaio 2014

ALESSANDRO ANSELMI. Figure e frammenti


Mercoledì 29 gennaio
MAXXI Museo delle Arti del XXI secolo

Architetto_Artista, Alessandro Anselmi è stato ricordato ed omaggiato ad un anno dalla sua scomparsa nella Sala Studio Centro Archivi di Architettura del MAXXI di Roma.
Accolti da un recinto fatto dalle sue stesse opere, i partecipanti hanno conosciuto il passionale comunista che a Roma ha costruito solo grazie ai preti, come lo ha definito sua moglie Giovanna De Sanctis, attraverso le testimonianze dei suoi familiari e di relatori che lo hanno incontrato o condiviso con lui esperienze anche durature.
I racconti di vita e le analisi fatte riguardo la figura del grande architetto romano hanno, a mio parere, fatto emergere tre concetti chiave caratterizzanti la vita e l'attività di Alessandro Anselmi.
Il concetto di radunare. Dalla formazione del gruppo GRAU, alla reiterazione nelle sue opere dei concetti di recinto e copertura.
La tensione. Latente o urlata nei suoi progetti ed interiore nel continuo porsi dubbi ed affrontare incertezze al fine di migliorarsi e migliorare le sue opere, arrivando anche a comprometterle o distruggerle pur di ottenere la forma cattiva, come raccontato dal figlio Valentino Anselmi.
L'azione in rapporto all'architettura. Azione esterna che modifica il manufatto e lo adatta a sè, legata alla sua originale visione del concetto di contesto. Azione che viene dall'interno, attraverso i continui spunti e cambi di prospettiva che elabora per i fruitori delle sue architetture e che suggestiona e condiziona ciò che di esterno vi penetra all'interno; operazione ancor più notevole se si pensa che il raggiungimento di tale complessità spaziale e percettiva è sempre stato ottenuto attraverso l'uso di geometrie elementari combinate.




Nuovi paesaggi per Roma contemporanea


Martedì 28 gennaio 2014
Sala della Protomoteca in Campidoglio

La conferenza tenutasi in occasione della firma del Protocollo d'Intesa tra il Comune di Roma e l'American Academy in Rome, celebrativa dei suoi cento anni di insediamento nella capitale è stata un interessante momento di riflessione sulle occasioni che le aree abbandonate ed i vuoti urbani della città possano offrire al fine di contenere il consumo di suolo e di elaborare un nuovo paesaggio. 
Gli interessanti interventi dei relatori, provenienti da Università romane ed americane, hanno delineato un panorama di opportunità per ripensare il vuoto e dargli una struttura tale da trasformarlo da scarto della metropoli contemporanea e intelaiatura connettiva fondamentale per la città e per il suo futuro sviluppo. 
L'analisi oggettiva dei dati caratterizzanti i contesti urbani, elaborati con metodi anche piuttosto innovativi, come quelli proposti dal Professor Nicholas de Monchaux, è stata il punto di partenza per l'elaborazione di strategie anche molto diverse tra loro.
Un forte accento è stato posto al rapporto imprescindibile tra spazio urbano e contesto, inteso sia in senso fisico morfologico che sociale. 
L'interessante tesi proposta dal Professor Walter Hood, secondo cui il progetto può anche concretizzarsi in un "non intervento", laddove le caratteristiche del luogo siano latenti ma fortemente caratterizzanti un territorio, ha confermato il concetto per cui è il modo di vivere una città che le attribuisce identità. 
L'obiettivo emerso è risultato essere quello di permettere una percezione dei luoghi quanto più autentica e rispondente alla loro innata vocazione, per sfruttarne al meglio le caratteristiche e migliorare la qualità della vita al loro interno.
Le strategie proposte, diverse ma tutte piuttosto interessanti, vanno da sistemi di connessione dei vuoti, a interventi volti alla riappropriazione degli spazi identitari di una parte di città, al recupero di ambiti abbandonati sfruttando il loro essere "esclusi" dalla metropoli contemporanea per creare in questi un'atmosfera che ormai non c'è più.  
Particolarmente significativo relativamente a quest'ultima strategia ritengo sia il progetto della High Line di New York che, presentata attraverso il racconto delle fasi preliminari alla progettazione, ha fatto emergere la volontà di usare la natura di un luogo anche se questa può risultare in contrasto con il contesto, mostrando come si possa  ottenere un'isola di pace anche nella città che non dorme mai.

Il piano delle cinque dita


Lunedì 27 gennaio 2014
Sede ACER, Roma

In occasione dell'ultimo Lunedì dell'Architettura, si è svolto il primo degli incontri dedicati al tema della trasformazione urbana nelle città europee.
La conferenza si è sviluppata principalmente attorno all'intervento dell'Arch. Anna Maria Indrigo, socia dello studio C. F. Moller di Copenaghen, arricchito dall'approfondimento del Prof. Andrea Vidotto sullo spazio pubblico e dalla riflessione del Dott. Marcello Cruciani sull'applicabilità di questo virtuoso modello di trasformazione urbana a contesti come quello romano; riflessione purtroppo dall'esito piuttosto scontato...
La presentazione del Piano delle Cinque Dita di Copenaghen ha fatto subito emergere l'importanza dello spazio connettivo tra i tessuti costruiti; la presenza di una rete infrastrutturale e di spazi verdi di raccordo tra le dita come strategia di controllo della città e del suo ampliamento.
La descrizione del modo di fare architettura danese, virtuoso e sicuramente da emulare, ha evidenziato le difficoltà di adattamento alle città in cui viviamo; questo non tanto per inapplicabilità dei principi progettuali che lo generano quanto per una serie di condizioni, politiche e sociali, che sono state presentate come fondamentali ma che qui sono almeno "momentaneamente" impensabili.
L'intervento del Prof. Vidotto tuttavia, confrontandosi a mio parere con la tematica più facilmente emulabile, ha acceso un barlume di speranza evidenziando come l'applicazione di strategie ponderate ma di facile applicazione possa essere uno strumento validissimo di riqualificazione spaziale e sociale di contesti già costruiti e talvolta già fortemente compromessi.
Se quindi il racconto può essere sembrato quasi una favola della buonanotte, per quanto lontano da una sua possibile trasposizione in ambiti a noi più prossimi, credo abbia comunque dato degli spunti che permetterebbero alle città italiane di fare un significativo "passo verso nord".

Il mondo fa la mappa o è la mappa a fare il mondo?


Venerdì 10 gennaio 2014
Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano

Il geografo Franco Farinelli, Professore Ordinario di geografia presso l'Università di Bologna, intervenendo al Seminario di Studio organizzato nell'ambito della Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano ha introdotto due spunti di riflessione molto interessanti.
Analizzando l'evoluzione del concetto di mappa e degli elementi contenuti al suo interno si è soffermato sulla variazione, nel corso della storia, del rapporto tra  rappresentazione della realtà e realtà stessa.
La pianificazione, intesa in senso lato, è stata l'operazione che ha portato ad un totale capovolgimento del concetto di mappa.
In origine essa rappresentava la collocazione di elementi morfologici del territorio ed insediamenti antropici in una determinata porzione della superficie terrestre.
L'evoluzione del concetto base di villaggio da modo degli uomini per stare meglio che in campagna, secondo la definizione di Tasso, a insieme di abitazioni più piccolo della città, secondo definizione enciclopedica, è emblematica di come le popolazioni insediate in un territorio abbiano ricercato e acquisito una sempre maggiore organizzazione strutturale. Questo ha gradualmente portato la mappa a diventare il piano bidimensionale attraverso il quale rappresentare una realtà ancora in divenire: ciò che esiste per esistere deve modellarsi sulla mappa.

Un altro elemento emerso dall'intervento del Prof. Farinelli, a mio parere estremamente interessante, ha riguardato il rapporto tra gli elementi presenti all'interno di una mappa.
In essa non esistono metafore ci sono solo nomi propri ma eccetto questi tutto il resto è fluido e privo di una precisa demarcazione di confini. Sono le relazione tra gli elementi a definirne la struttura: su una base pressocchè uniforme è la distanza tra le cose a dare forma e tempo ad un luogo.
Il rapporto relazionale soggetto_oggetto e la concezione spaziale prospettica definiscono la realtà per come la percepiamo ma ciò implica, secondo quanto affermato da Florenkij, l'immobilità del soggetto.
Lo Stato Moderno per esistere deve essere: continuo, omogeneo e isotropico.
Se queste caratteristiche legano all'esistenza dello Stato Moderno il concetto euclideo di estensione e se questa è percepibile soltanto da un osservato immobile perchè diversamente lo spazio non risulterebbe conoscibile, oggi che la società che lo compone danza (considerando il danzare come un assecondare il cambiamento della realtà mantenendo la stabilità) ed ogni osservatore che vi passa attraverso è in continuo movimento, allora lo Stato e le città che lo costituiscono non possono che apparire come un enorme paradosso.