lunedì 3 febbraio 2014

L' Architetto regista _ CINO ZUCCHI

Cino Zucchi, nato a Milano nel 1955, ha conseguito il Bachelor of Science in Art and Design presso il M.I.T. nel 1978 e la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano nel 1979.

A capo dello studio Cino Zucchi Architetti ha progettato e realizzato interventi che vanno dal disegno urbano di aree storiche, agricole e spazi pubblici ad interventi architettonici per edifici pubblici e residenziali.
Tra i progetti maggiormente interessanti ci sono quelli per l’area dismessa della fabbrica ex-Junghans alla Giudecca (1999/2002), gli Headquarters Salewa a Bolzano (2007) ed il Masterplan per l’area di Keski Pasila a Helsinki (2009).




Egli ritiene che in una realtà complessa come quella contemporanea l’architetto debba essere in grado di mettere in campo una multidisciplinarietà che riesca a soddisfare le varie esigenze legate ad un progetto, sia esso urbano o architettonico. Come lui stesso dichiara l’architetto deve trasformarsi, (…), deve diventare regista, tecnico, attore, produttore.

Appoggia la tesi sostenuta da Cristopher Alexander nel 1965 in A city is not a tree, secondo cui la città non si costituisce partendo da uno schema in cui ogni parte interagisce con il tutto attraverso un gerarchia piramidale, il modello dell’ albero, ma funziona piuttosto come un semi-lattice: una struttura aperta dove le parti sono collegate da diversi ordini di relazioni, estranee alla gerarchia dello zoning, ma caratterizzate da eterogeneità e multiscalarità.

E’ nella gestione delle relazioni che si inserisce la figura dell’architetto che dirige le scene come un regista.

Definisce l’architettura come uno spazio di tutti, un atto pubblico e basa la sua professione principalmente su tre considerazioni.

Secondo Cino Zucchi l’architettura deve essere in grado di tollerare il disordine della vita quotidiana, non può estraniarsi dalla realtà ma deve assecondarla in tutti i suoi aspetti. Non si può ragionare solo in termini di audience ma si deve rispondere all’architettura algida e poco vivibile con dei progetti che siano in grado di dialogare con tutti i loro fruitori e con i contesti in cui vanno ad inserirsi.

Il tema del rapporto tra architettura e territorio risulta altrettanto rilevante nel suo lavoro; egli pensa che  ragionare in soli termini funzionali o di forma porti ad un inevitabile svuotamento di significato dell’opera nel tempo. Propone come soluzione a questo un radicamento del progetto nel territorio, applicabile  attraverso la comprensione ed il dialogo con il contesto in cui questo andrà ad inserirsi.

Considera il tema della sostenibilità come uno dei fondamentali di questo secolo e lo affonta secondo tre diversi punti di vista.

Ritiene che non sia corretto considerare l’architettura eco-sostenibile come una categoria a parte. Per Zucchi il progetto dell’edificio deve nascere con l’idea stessa di essere sostenibile perché l’architettura riguarda l’uomo e questa è la condizione fondamentale per il suo benessere presente e futuro. Attento alla scelta e all’impiego dei materiali, le forme stesse dei suoi edifici sono pensate nel rispetto di tali principi.

Pensa alla sostenibilità anche da un punto di vista urbano; considera lo stile di vita contemporaneo caratterizzato da consumi molto alti e si pone il problema dell’ottimizzazione delle risorse. Valuta positivamente il concetto di Green Metropolis che David Owen ha introdotto in relazione a Manhattan, giudicando positivamente la riscoperta della città compatta come modello ecologico.

Associa inoltre il tema della sostenibilità al concetto di durabilità. Ritiene che uno dei modi più efficaci per rendere un progetto e nel suo complesso una città sostenibili sia creare delle architetture in grado di inserirsi nel rapporto di resilienza tra forma e durata. L’idea alla base di un progetto si “scontra” nella pratica con quello che diventa il suo uso, con il modo in cui la città la metabolizza. Un progetto in grado di adattarsi alle possibili eventualità risulta continuamente “riciclabile”. 

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